Calzini lunghi taglia 36

Tu giri per i vicoli della tua città, pensando alla bolletta dell’acqua, all’ultimo film visto al cinema, ai libri in scadenza da portare in biblioteca. Magari pensi alle vacanze che vorresti prenotare, ai figli da portare a scuola. Vedi facce note, distrattamente saluti amici e vai oltre.
Finché qualcuno ti sbarra la strada. Un ragazzo di colore. Tira fuori dal suo borsone fazzoletti, accendini e calzini a righe. Ecco, ci risiamo. È stata una giornata pessima, dice, non ha venduto niente. Sei tu la sua unica speranza. Ma tu non hai il raffredore, non fumi, non porti calzini lunghi taglia 36 con righe che ricordano una zebra radioattiva.
L’uomo magari è un fisico nucleare, un muratore, un medico, un poeta. Ma non lo è più. Lo era. Prima di scappare. Da un paese devastato da disgrazie che non dipendono da lui.
Come gli ebrei scappati ottant’anni fa dal mio paese, dalla Germania nazista.
Ora è uno scocciatore che mi stringe la mano, che mi chiama “amico”, sperando di guadagnare alla fine un euro. Ho cercato di guardarlo in faccia, a ripercorrere la sua vita all’incontrario, la vita dei tanti Abdul, Mbhou, Veris, Meseret. Per ora sono arrivato al confine estremo della nostra terra, dell Europa.
Volevo raccontare tante vite e ho scoperto la vita di un’isola.
Lampedusa. Un’isola sperduta nel Mediterraneo che per anni è stata la “Ellis Island” della Comunità Europa. Con abitanti che da sempre avevano offerto rifugio a confinati, naufraghi, profughi.
Seimila persone che pensano al lavoro che non c’è, alle scuole che cadono a pezzi, agli ospedali che mancano come i cinema e le biblioteche, mentre migliaia di stranieri passano davanti alle loro porte di casa, chiedendo aiuto.
Ero partito con una domanda astratta: Si possono ancora gestire i flussi migratori?
Non ho trovato una risposta, ma tante vite di persone, di qualsiasi colore, che chiedono tutte le stesse cose: Lavoro, diritti, dignità. E amicizia.

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