Film

Il nostro Viaggio a Lampedusa inizia come una barzelletta: “C’erano un Tedesco, un Greco e un Siciliano…”. Un giorno il mio amico Fred mi dice: “voglio fare un salto a Lampedusa”. Io mi chiedo perché. Fred abita a Ferrara e lavora per una cooperativa che si occupa di accoglienza presso un centro dal nome suggestivo, “Jerry Maslow”. Quando mi dice dell’idea di andare a Lampedusa, ne intuisco subito i motivi: sono da poco finiti i disordini di Gennaio 2009 al C.I.E. di contrada Imbriacola, a Lampedusa. Fughe di clandestini dal centro, manifestazioni in piazza, spiegamento massiccio di forze dell’ordine. Ma che cosa è successo davvero?
Fred ha 25 anni, suo padre è Greco. Vorrebbe partire con Marta, la sua compagna, neolaureata in Giurisprudenza e, manco a dirlo, precaria: si divide tra il praticantato per diventare avvocato e lo stage presso un’ associazione ONLUS che si occupa di assistenza legale a donne in difficoltà. Adesso non è un buon periodo, di soldi ne vede pochi (dopo sarà persino peggio). Marta non riesce a svincolarsi dal “lavoro”, e poi non ha i denari.
Una sera, al pub, Fred mi chiede se voglio andare con lui a Lampedusa. Marta non può, è ufficiale.
“Quando?”, gli chiedo. “A Pasqua”, mi dice. “Ok, va bene. Però, se vengo, porto la videocamera e vediamo quello che succede”. L’indomani chiamo Christian, che di mestiere fa il documentarista radiofonico e lo scrittore. Lo prendo sempre in giro per il suo impermeabile verde da agente segreto della Stasi. Christian vive tra Ferrara e Berlino, è tedesco ed è una persona molto affidabile. Ci piace giocare sugli stereotipi: “Pensa che bello: un Tedesco, un Greco e un Siciliano. Sembra una barzelletta!”. Sembra ma non lo è, non più.
Marta è incazzata perché Fred non passerà con lei le vacanze di Pasqua. Giulia, la moglie di Christian, è arrabbiata perché dovrà passare le vacanze di Pasqua da sola coi loro due figli. Mia madre è terrorizzata dal viaggio, crede che vada a Beirut. Intanto in Parlamento è in discussione la norma per prolungare la detenzione dei migranti fino a un massimo di sei mesi.
Da scherzoso che era, il clima si fa teso per noi viaggiatori, manca un po’ di leggerezza. Chiamo Giandomenico. Lavora per una comunità che si occupa di minori stranieri non accompagnati, ma fa molte altre cose. È affidabile quasi come un tedesco, anche se è siciliano. Ci aiuterà per la logistica sull’isola, prenderà i contatti e metterà a disposizione del gruppo la sua conoscenza sui fenomeni migratori. Giandomenico è anche una buona forchetta, un compagno ideale a tavola. Di tanto in tanto, tra un’ intervista e un’ altra, ci abbandoneremo ai sapori dell’isola: una spigola, un‘ insalata di polpo, un’arancina alla rosticceria Martorana. Se il tempo lo permetterà, poi, faremo il primo bagno della stagione.

Giuseppe Di Bernardo

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